É morto Kalashnikov. Viva Kalashnikov ?

23:28 02.03.2014 Prof. Igor PELLICCIARI, Università del Salento (Italia) - Corrispondente di International Affairs per l'Unione Europea, l'Italia ed i Balcani Occidentali


  

I frequenti double standards della informazione internazionale quando si tratta di vicende collegate alla Russia trovano ulteriore conferma nei commenti che hanno accompagnato la recente morte a 94 anni del colonnello Kalashnikov, inventore di quella che è stata probabilmente la più famosa arma leggera del XX secolo.

Vi è stata una freddezza diffusa dell’Occidente nel ricordarlo, con notizie di impostazione negativa che per lo più si sono soffermate a commentare l’invenzione del colonnello e le sue inevitabili conseguenze dirette (che si possano immaginare non allegre, trattandosi di un fucile) piuttosto che a mettere in luce la vita e lo spessore morale di Kalashnikov, che - comunque la si pensi sulla sua invenzione– sono state eccezionali e fuori dall’ordinario.

Inventore geniale e persona non affetta da personalismo – due virtù che se abbinate sono particolarmente apprezzate in Russia – Kalashnikov è uomo che ha vissuto piuttosto modestamente nonostante la portata mondiale della sua scoperta, che avrebbe potuto sfruttare molto di più a proprio vantaggio, economico, sociale e finanche politico.

Tutte cose che il colonnello non ha fatto, accettando ed impersonificando il ruolo – non facile da tenere coerentemente per tutta una vita- di militare fedele alla madrepatria, sia nei tempi bui che di successo; senza mai cedere alla tentazione di una sovra esposizione mediatica.

Oggi che la Russia è tornata ad essere un paese ricco e stabile, questa scelta sembrerebbe scontata e finanche razionale.

Ma si pensi invece a quanto essa non lo fosse scontata più di vent’anni fa – durante il crollo dell’URSS ed i concitati anni che seguirono - quando il colonnello era già in età pensionabile ed avrebbe  potuto facilmente mettere a frutto il suo cognome pesante al di fuori dei confini nazionali, dato che all’epoca la sua invenzione era già ai massimi della popolarità mondiale.

Tutto questo è mancato in gran parte dei commenti occidentali e a Kalashnikov oggi si allude affibiandogli una responsabilità indiretta per le vittime causate dal suo fucile micidiale, l’AK-47.

Come se nel necrologio di Einstein, Oppenheimer e Fermi ci si fosse fermati criticamente sul loro contribuito alla scoperta della bomba atomica – o se Ford fosse considerato un criminale internazionale a posteriori, tenuto conto di quanta gente è deceduta in incidenti stradali dalla scoperta dell’automobile in poi.

Ma la circostanza più curiosa è che – per una delle incredibili coincidenze cui la Storia ci ha abituato – negli stessi giorni in cui scompariva Kalashnkov, veniva meno a 91 anni anche l’ufficiale giapponese Hiroo Onoda, ovvero colui che rimase fino alla metà degli anni 70 a combattere nelle foreste delle Filippine, convinto che il conflitto mondiale fosse ancora in corso.

Benchè a differenza di Kalashnikov, Onoda sia rimasto per tre decennia in una giungla a organizzare sabotaggi e mietere decine di vittime per lo più tra inermi contadini  filippini – i commenti sulla stampa sono stati quelli che si riservano agli ultimi cavalieri romantici in cavalcata solitaria.

Nessuno ha affrontato la vicenda dalla prospettiva della sfilza di omicidi volontari che l’ufficiale nipponico ha ripetuto recidivo per un period tanto lungo ma piuttosto si è messo in risalto il suo profondo attaccamento alla madrepatria ed all’Imperatore, tracciandone un immagine di gran lungo più positiva di quella riservata al povero Kalashnikov.

Evidentemente, a seconda di quale madrepatria si appartenga, chi semplicemente spara convinto con un fucile può essere considerato più nobile e meritevole rispetto a chi quello stesso fucile ha inventato.

Un’altra piccola grande ipocrisia del mio amato Occidente.

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